La storia dello Shochu e dell’Awamori

Probabilmente, la tecnica della distillazione arriva in Giappone dall’’Asia sud orientale, dove si realizza ancora oggi l’Arak, un distillato di canna da zucchero.

Il progenitore dello Shochu è verosimilmente l’Awamori, che comincia la sua storia come liquore reale, riservato ai nobili e soprattutto ai reali di Okinawa, o se preferite Ryukyu, che era l’antico nome dell’isola.

Quanto allo Shochu, i portoghesi, che furono i primi europei a sbarcare in  Giappone, ci riferiscono dell’abitudine di consumare questo distillato già all’epoca: il primo sbarco portoghese nel Sol Levante è del 1543. Quindi i giapponesi bevono Shochu da almeno
478 anni! Già all’epoca lo Shochu era una tradizione nipponica.

Per fare un paragone, il whisky arriverà in Giappone solo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Non a caso, il periodo di massima auge dell’impero britannico.

Da notare che dopo la seconda guerra mondiale sull’isola di Amami, grosso modo a metà strada tra Okinawa e Kyushu, per effetto della scarsità dei cereali che venivano comprati dagli americani per nutrire le truppe occupanti, si cominciò a distillare la canna da zucchero. Unico caso in Giappone. Questa eccezione, che oggi è recepita dalla disciplina nipponica limitatamente ad Amami rappresenta un po’ la chiusura di un ideale cerchio storico, che colloca l’origine della distillazione nipponica nell’Arak di canna da zucchero.

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